Chi ha perso la Turchia?

Il titolo l'ho preso a prestito da un ottimo libro, scritto dallo storico corrispondente da Istanbul di Repubblica, Marco Ansaldo, Einaudi. Esprime pienamente il senso di quanto accaduto negli ultimi vent'anni. Ad un certo punto, tutti abbiamo perso la Turchia, ma soprattutto, la Turchia ha perso se stessa. Nell'articolo precedente ho provato a spiegare come Erdoğan sembrasse colui che potesse finalmente coniugare Islam e democrazia in un paese mediorientale. Per un certo tempo, le cose sono andate effettivamente così.
La Turchia inizia ufficialmente i colloqui per accedere all'Unione Europea nel 1999. In realtà, si tratta di un dialogo antico, iniziato a partire dagli anni '60. C'era sicuramente una forte spinta statunitense, vista la vicinanza della Turchia con l'Iraq, c'era l'intenzione europea di espandere la propria influenza commerciale su di un territorio che conta 80 milioni di abitanti, così come c'erano dei calcoli turchi ben precisi.
In effetti, grazie ai negoziati Turchia-UE, il paese è riuscito a limitare lo storico potere dei militari di cui si è parlato nell'articolo precedente. Il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, sostiene che Erdoğan abbia utilizzato i negoziati per prendere un controllo diretto dell'esercito, impensabile fino a qualche anno prima. Durante le elezioni del 2007, Erdoğan ha presentato un programma elettorale più progressista che mai, vista la necessità "di entrare in Europa": investimenti per infrastrutture, riforme economiche, ma anche diritti alle donne, dialogo con le minoranze etniche presenti nel paese. Ironicamente, il Partito repubblicano (CHP), affiliato alla socialdemocrazia europea, per opporsi alla linea politica di Erdoğan decise di contrastare tutte le proposte presentate dal PM. Oggi, il CHP ha più volte fatto appello all'UE per rispondere agli abusi commessi dal Presidente. Il CHP riprendeva un'antica concezione di "turchitudine" (turkishness) come menzionata in Costituzione e che andava difesa.
Nel 2008, Erdoğan abolì il divieto di indossare il velo nei luoghi pubblici. Un tema controverso: per i sostenitori, si trattava finalmente di disporre in libertà del proprio corpo e del proprio credo; per gli oppositori, una minaccia alla laicità dello Stato così come voluta da Mustafa Kemal.
La verità è che tutti i negoziati tra Turchia ed UE sono stati caratterizzati da questa ambiguità. L'introduzione di diritti liberali - pacifici per noi Europei - ha sempre avuto il risultato finale di esautorare l'esercito, garante costituzionale del secolarismo di Stato. In quegli anni, per aumentare ancor di più l'incertezza, il Ministro degli Esteri turco, poi Primo Ministro, Ahmet Davutoğlu, scrisse un pamphlet in cui - nonostante gli sforzi che la Turchia stava compiendo per entrare in Europa - dichiarava che lo sbocco vitale della Turchia risiedesse nelle zone centrali dell'Asia. La Turchia, doveva così iniziare a guardare ad Est.
Parallelamente, sempre più Germania e Francia (Merkel&Sarkozy) iniziarono ad opporsi ad un ingresso del Paese in Europa. Ché la Turchia abbia portato avanti le riforme con doppi fini o meno, è indubbio che il senso di frustrazione per un accesso che non arrivava mai è presto arrivato nel Paese. Nel 2013, alla viglia dei fatti di gezi park (vedi articolo), il ministro per l'accesso all'UE Egemen Bağış dichiarò come "nel lungo periodo la Turchia avrà standard Europei, come la Norvegia, senza però che questi ci facciano entrare". Inutile sottolineare come la Turchia non abbia mai raggiunto alcuno standard norvegese, ma la frustrazione per un gioco ambiguo da parte di tutti è rimasta e si è sedimentata. Proprio nell'estate del 2013, scoppiano infatti le proteste di Gezi Park, che mostrano inesorabilmente come la Turchia abbia iniziato un nuovo gioco, quello del paese mediorientale. È lì, ora, che inizia a guardare. Il ministro Davutoğlu la chiama "Strategia profonda". La Turchia deve diventare leader regionale dei paesi centro asiatici.